metodi di sanificazione

Dall’ozono alla fotocatalisi, passiamo in rassegna le principali tecniche disponibili per combattere virus e altri microorganismi negli ambienti chiusi

L’anno appena trascorso, stravolto dalla convivenza con il virus del Covid-19, ha imposto, tra l’altro, di riconsiderare il nostro approccio all’igiene intesa nella sua accezione più ampia. È più che mai importante comprendere le differenze tra diverse pratiche, tutte legate al concetto generico di pulizia, che erano e forse restano sconosciute ai più, ma che in questa fase è utile che siano divulgate anche ai non addetti ai lavori. “Pulizia”, “igienizzazione” e “sanificazione” sono termini che vengono volentieri ricondotti allo stesso significato, ma in realtà, la sanificazione ha uno scopo ben preciso, e diverso rispetto alle attività di “pulizia” e “disinfezione”: mentre le prime due sono volte a rimuovere lo sporco “visibile”, o ridurre la carica batterica in circolazione, la sanificazione si interessa all’abbattimento e al controllo della diffusione delle infezioni. Una particolare attenzione verso tutte le pratiche relative all’igiene è dovuta principalmente al fatto che un virus come il Sars-CoV-2 può rimanere attivo sulle superfici per un tempo piuttosto variabile e dipendente dal tipo di materiale considerato, nonché dell’azione di fattori come la temperatura e l’umidità, che influiscono sulla persistenza da poche ore ad alcuni giorni. 

Sappiamo che il virus può essere trasmesso anche in modo indiretto, attraverso il contatto con una superficie contaminata, come maniglie, interruttori, bottoni di ascensori, e ogni altra superficie che può venire a contatto con molte persone. Adottando le misure d’igiene personale, lavando e disinfettando le mani ed evitando di toccarsi il viso, si combatte efficacemente questa modalità di trasmissione, meno frequente, in ogni caso, della trasmissione diretta, che avviene tramite le “goccioline” di saliva (droplet) o aerosol. Ecco perché rivestono una notevole importanza tutte le pratiche di sanificazione dell’aria finalizzate a bloccare la diffusione di batteri, agenti patogeni e altri microrganismi capaci di riprodursi esponenzialmente. Questa rinnovata sensibilità ha fatto sì che venissero recuperate svariate tecnologie sviluppate nel corso degli ultimi anni: dai filtri Hepa – fogli filtranti in microfibra che consentono di “bloccare“ particelle solide inquinanti – all’ozono, dal cloro attivo alle radiazioni ultraviolette, fino ad arrivare al perossido di idrogeno e alla riproduzione artificiale di processi naturali quali la fotocatalisi. Di seguito tutte queste metodiche vengono sinteticamente passate in rassegna al fine di offrire un quadro esaustivo dei vantaggi e degli svantaggi.

Ozono

Il trattamento a ozono è il più conosciuto, perché consiste nella sterilizzazione dell’ambiente attraverso la diffusione di una sostanza piuttosto nota come l’ozono (O3). La struttura atomica basata su tre atomi di ossigeno rende questa molecola particolarmente adatta all’ossidazione. È proprio questa la chiave del trattamento: legandosi con i microrganismi presenti in aria, le molecole di ozono finiscono per “scomporle”, diminuendo la carica batterica in circolazione e azzerando gli odori presenti in un ambiente. Nonostante l’efficacia, ha per contro una certa tossicità: in caso di frequente esposizione può provocare irritazioni alle mucose orali, con conseguenti disturbi respiratori fino alla nausea e mal di testa. Ma è proprio la concentrazione la chiave della sua efficacia: il trattamento deve essere obbligatoriamente eseguito in ambienti chiusi e in assenza di persone, per poi arieggiarli prima dell’accesso alle persone.

Cloro

Il cloro è uno dei disinfettanti più comunemente usati per il trattamento dell'acqua, può essere applicato per la disattivazione della maggior parte dei microorganismi ed è relativamente poco costoso. Il “cloro attivo” – una miscela di tre specie di cloro che si formano in soluzione acquosa – ha attività battericida, fungicida, lieviticida, sporicida e virucida, agisce mediante un’azione ossidante non specifica. Anche questo trattamento però comporta dei rischi di intossicazione a seguito di inalazione: per questo è necessaria una pulitura manuale a seguito del trattamento e se ne sconsiglia lo sversamento diretto sulle superfici. Inoltre, poiché il prodotto può causare irritazione cutanea, va limitato l’utilizzo al solo personale addestrato all’uso e provvisto di guanti e altri dispositivi di protezione individuale.

Raggi ultravioletti

La radiazione con raggi ultravioletti di tipo C ha la capacità di modificare il DNA o l’RNA dei microorganismi impedendo loro di riprodursi, quindi di essere dannosi. Questa pratica viene utilizzata da molto tempo in diverse applicazioni, quali la disinfezione di alimenti, acqua ed aria. È opportuno ricordare però che i raggi UV-C possono essere utilizzati in sicurezza solo in ambienti chiusi, in assenza di persone, dove la luce non fuoriesca all’esterno. I sistemi tradizionali con lampade UV-C installate a parete o a soffitto, che generano luce senza protezioni dall’esposizione, rappresentano un potenziale pericolo perché in base alla lunghezza d’onda, all’intensità e alla durata di esposizione, in ragione del fatto che i raggi UV-C non sono percepibili dall’essere umano, sono in grado di produrre gravi danni ad occhi e cute. Inoltre è appurato che la radiazione UV-C sia un cancerogeno per l’uomo.

shutterstock 1701548911 1

Perossido di idrogeno

Il perossido di idrogeno, noto anche come acqua ossigenata, è un’efficace sostanza contro numerosi microorganismi – batteri, lieviti, funghi e virus. Per la disinfezione delle superfici o ambienti questa sostanza può essere applicata mediante aerosol o vapore. L'efficacia antimicrobica scaturisce infatti dalla formazione di potenti ossidanti, quali i radicali idrossilici e i “singlet” dell’ossigeno. Tali specie reattive causano danni irreversibili ai componenti cellulari e al DNA. L’uso dell’aerosol è il più diffuso perché consente una diffusione uniforme nell’ambiente. Anche questa sostanza però presenta dei rischi perché essendo un liquido comburente può provocare incendi o un’esplosione, è corrosivo per la pelle e nocivo per ingestione e inalazione. L’utilizzo di questa molecola deve essere quindi praticato da personale competente ed è necessario rispettare i tempi per l’accesso ai locali, per consentire il decadimento della concentrazione nell’aria.

Fotocatalisi

Meno invasiva rispetto ad altri trattamenti, la fotocatalisi consiste nella fedele riproduzione di una reazione che avviene comunemente in natura. I raggi UV del sole sono in grado, per effetto dell’umidità dell’aria e di alcuni metalli nobili, di dare vita a molecole ossidanti capaci di distruggere con facilità batteri, muffe ed altre sostanze fluttuanti in aria. La tecnologia basata sulla fotocatalisi riproduce in maniera artificiale questo processo, intensificandolo attraverso l’utilizzo di catalizzatori. Il principale vantaggio offerto da questo metodo di sanificazione risiede nella scarsa invasività del trattamento, che può essere eseguito anche in presenza di persone. Inoltre, a differenza di altre tecniche che consentono l’eliminazione di odori, allergeni e altri microrganismi, la fotocatalisi si rivela efficace anche nei confronti di acari della polvere. Di conseguenza anche il rischio legato a infezioni cutanee o problemi asmatici sarà maggiormente ridotto.


Ponte Giulio logoSicurezza in bagno è una rubrica realizzata in collaborazione con Ponte Giulio. Questo articolo è apparso originariamente sul numero 1-2021 della rivista: clicca qui per leggerlo in edizione digitale. 

Leggi le altre puntate della rubrica:

Vasi sanitari e bidet: quali sono le dimensioni di comfort?

La corretta progettazione di un bagno per l’infanzia

I vantaggi del modulo sanitario

Bagno degenza e bagno disabili: quali sono i criteri da rispettare? 

Pin It